Puntiamo davvero all’autodeterminazione?

Noi professionisti dell’aiuto lavoriamo affinché le persone entrino dentro le gabbie dei ruoli sociali riconosciute ed accettate o perché le persone possano trovare il loro modo di autodeterminarsi nel rispetto della libertà e dei diritti degli altri?

Questa è una domanda fondamentale, se noi come professionisti lavoriamo per far entrare le persone all’interno di scatole precostituite lavoreremo in un certo modo.

Ad esempio questo è il caso trattato in una supervisione in cui in un provvedimento del tribunale si diceva che una mamma doveva andare a lavorare doveva imparare l’italiano… ma questi sono elementi per definire una mamma sufficientemente buona?
Questo è quello che risponde ai bisogno della bambina? o questo lo vorrebbe la società, le idee preconcette?

Potremmo avere dei genitori che non lavorano e che trovano comunque il modo di mantenere i figli in maniera legale, chi siamo noi per dire che quella mamma e quel papa non sono sufficientemente buoni?
Noi non dovremmo dire cosa una persona dovrebbe fare secondo i nostri principi, ma supprtarli a capire cosa possono fare loro per rispettare i bisogni dei loro bambini.

Questo è un esempio per identificare la distinzione tra mero assistenzialismo, e lavoro sociale anti-oppressivo;
È essenziale nel nostro lavoro non basarci su preconcetti e pregiudizi, piuttosto consentire alle persone di scegliere chi è come essere genitori, figli, …